7 - Non vi è che un sol corpo

In arte non ammetto né ometto una cosa più dell’altra. (…) Luce, colore non è vita? Forma, fisiologia e psicologia delle cose animate o non, non è dunque vita, pure? Con quali ragioni volete persuadermi a volerle disgiungere radicalmente fra cose, quando non vi è che un sol corpo. Dipingete pure un paese poeticamente giusto di linea, di prospettiva, di verità, ma se non tenete calcolo della giustezza della luce, della luminosità del colore, non mi date totalmente un pezzo di vero, la sensazione giusta e precisa, di quella scena della natura che avete voluto riprodurmi. (…) Per conseguenza è a lungo preferibile un’opera d’arte dove vi siano tutte queste qualità riunite anche deboli, ma che denotino una ricerca coscienziosa del vero in tutti i suoi rapporti, ad un’opera maggiormente superiore o nel solo colore o nella forma.

Giugno 1897. Diari di Giovanni Battista Ciolina. Trascrizione di Paolo Ciolina

APPROFONDIMENTO CRITICO
Nell’opera di Ciolina è caso raro, se non unico, che un grande paesaggio risulti del tutto privo di figure, tanto umane quanto appartenenti al regno animale: dalla sinfonia epica di Il ritorno dall’Alpe a La raccolta delle patate (tappa 5), da Toceno al tramonto (tappa 4) a Cadono le foglie (tappa 10), per fare solo degli esempi, il paesaggio non è mai deserto. Questo è invece il caso di Trittico della Valle, realizzato nel 1923 per l’avvocato milanese Ortis, che forse aveva avuto modo di ammirare Il ritorno dall’Alpe in casa dell’ingegner Caproni e volle avere qualcosa di analogo. Osservava Aurora Scotti nel 1986 “la formula del trittico si riallacciava a un motivo… che aveva avuto molta fortuna sulla fine del secolo XIX”, citando Segantini, Morbelli e Pellizza e – non a caso – altri maestri divisionisti. Non a caso perché il Trittico è con Il ritorno dall’Alpe uno dei lavori che più si accostano al Divisionismo pur non attenendovisi rigorosamente, specie nel mancato impiego dei colori primari. Un Divisionismo ormai, negli anni venti del Novecento, non solo largamente superato dalla temperie artistica italiana ed europea, ma anche da Ciolina, che aveva da tempo mutato il suo fare pittorico, verso una sempre maggiore rifiuto della mera riproduzione ‘fotografica’ e adottando una pennellata sempre più costruttiva e cromaticamente libera; fare divisionista, credo ripreso dal maestro su esplicita volontà del committente.

Del grande pannello centrale esiste una versione animata, realizzata per la famiglia Piazza di Craveggia, in cui Ciolina ha inserito una mucca chiara in primo piano, la coppia donna-bambina che apre la carovana de Il ritorno dall’Alpe anche se una posa leggermente diversa, ed un uomo in camicia bianca con una caola sulle spalle. Entrambi restituiscono un’ampia veduta della valle dall’altura di Buttogno, insolita per il maestro che prediligeva quale punto di osservazione la sua Toceno, sapientemente costruita con il poggio in primo piano adombrato da una invisibile nuvola che intercetta l’intensa, nitida luce di un pomeriggio estivo. Due sono le selezioni cromatiche predominanti: quella dei verdi e quella dei viola, i quali ultimi dominano, dalla chiazza fiorita in primo piano sino alle estreme creste del Gridone, per poi striare uniformemente il cielo e la parte in ombra delle solitarie nuvolette poste in alto, al centro. La tipica strutturazione a piani chiari e scuri, qui non necessariamente in luce ed ombra, ottiene effetti monumentali anche se la tela non è di dimensioni immani come ne Il ritorno dall’Alpe, e restituisce una visione di pace ed idillio atavico che a quell’epoca la valle non aveva già più (in quell’anno, per esempio, venne inaugurata la ferrovia Domodossola-Locarno, di cui nella tela non v’è traccia). La stesura a minuti tocchi di colore, che caratterizza anche La raccolta delle patate (tappa 5), interessa buona parte della tela, ottenendo un intenso effetto di vibrazione, magistrale nella vasta chiazza fiorita in primo piano, capace di restituire la luce anche dove invece è ombra. La disposizione del colore a filamenti più o meno sottili è riservata invece ai monti lontani che fanno da sfondo, In Brun, Gridone ed il versante del monte Bassetta che nasconde in parte Malesco e che, unico, è trattato a cupe pennellate di blu per restituire la freschezza ombrosa del fitto bosco in òpaco.

All’ampia veduta si contrappongono in uno studiatissimo equilibrio, i soggetti delle due ‘ante’ laterali, in una struttura che rimanda a un retablo fiammingo, pur essendo fisse: due limitati scorci estremamente realistici. Il primo, a sinistra, con la vallata di Arvogno in ombra violacea e la Scheggia sfolgorante sullo sfondo, in una luce di primo mattino e con un sapore romantico alla Turner o alla Friedrich, in cui l’unica traccia umana è nel muraglione di sostegno della strada. Il secondo, a destra, con il portico dell’oratorio della Madonna del Sasso, che fa da quinta ad una veduta primaverile della vallata verso il Pizzo Ragno; costruita ancora una volta da piani alternati in luce ed ombra ove il muretto, l’ombra del portichetto e la massa scura dell’abete in secondo piano sono i protagonisti. Non v’è dubbio che l’insieme delle tre visioni sia permeato da una intensa vena poetica profondamente sentita dal maestro, ma col netto sentore che essa sia soprattutto plasmata, per la tecnica impiegata, sul gusto del committente. Basta infatti confrontare il Trittico con La raccolta dei grilli (tappa 8), di poco anteriore (1918 circa) per rendersene conto.

Ricerca e adattamento testi e immagini a cura di Chiara Besana. 
Approfondimento critico a cura di Paolo Volorio.

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